Senza sovranità industriale non c’è Europa

Quest’anno, a Davos, l’Europa non ha parlato. O meglio: ha parlato come parla da anni, mentre il mondo ha cambiato linguaggio.
Il discorso di Mark Carney ha avuto il merito di rompere una finzione che a Bruxelles si continua a coltivare: l’idea che l’ordine economico globale sia ancora governato da regole condivise, neutrali, rispettate da tutti. Non è più così. E non lo è da tempo. L’economia globale è ormai uno spazio di competizione strategica, in cui le grandi potenze usano commercio, finanza, tecnologia, energia e supply chain come strumenti di potere. Non come eccezioni, ma come metodo.
Non a caso, Carney ha invitato le cosiddette medie potenze a uscire dalla passività e a costruire una cooperazione più stretta per difendere i propri interessi vitali in un ordine mondiale che ha subito una rottura. Se non partecipi alle decisioni, rischi di diventare oggetto delle decisioni.
In questo contesto, l’Europa continua a comportarsi come se bastasse normare il mondo per renderlo più giusto. Come se il diritto potesse sostituire la forza. Come se scrivere regole sempre più sofisticate potesse compensare la perdita di capacità industriale, di autonomia energetica e di controllo delle filiere. È una visione nobile, ma profondamente scollegata dalla realtà.
Mentre Stati Uniti e Cina proteggono, finanziano e indirizzano le proprie industrie, l’Europa chiede alle imprese di adattarsi: investire, innovare, sostenere costi più alti, rispettare standard più stringenti. Il tutto in un quadro di regole che cambiano continuamente, incentivi discontinui, politiche industriali frammentate e una cronica incapacità di scegliere cosa sia davvero strategico.
Si parla molto di derisking, ma senza affrontarne il significato politico. Ridurre i rischi non è un esercizio tecnico. È una scelta di potere. Significa decidere da chi dipendere e da chi no; quali settori difendere, quali filiere accorciare, quali costi accettare oggi per non pagare vulnerabilità domani. L’Europa, invece, pretende resilienza dalle imprese senza offrire stabilità. Chiede visione di lungo periodo mentre ragiona su orizzonti annuali. Invoca autonomia strategica ma rifugge il conflitto politico necessario per costruirla.
Non sorprende allora che Mario Draghi abbia lanciato un’esortazione altrettanto netta: l’Europa rischia di diventare “subordinata, divisa e deindustrializzata” se non compirà un salto verso una vera integrazione. Secondo l’ex presidente della BCE, l’attuale modello fondato su competenze limitate e veti nazionali lascia gli Stati membri vulnerabili e incapaci di difendere i propri interessi.
Il paradosso è evidente: l’Unione Europea è diventata una superpotenza normativa, ma una potenza industriale sempre più fragile. Produce standard, ma perde produzione. Regola il mercato interno, ma subisce le decisioni esterne. Predica apertura, ma resta esposta a dipendenze critiche su energia, materie prime, tecnologia e manifattura di base.
Il mondo che emerge da Davos non aspetta l’Europa. Le catene del valore si stanno ridisegnando. Le alleanze economiche diventano alleanze politiche. La manifattura torna a essere potere. E in questo mondo, chi non decide rischia di essere deciso.
Il punto non è rinnegare i valori europei, ma capire che i valori, senza strumenti di potere economico e industriale, non bastano più. Un’industria indebolita non è più sostenibile, non è più competitiva, non è nemmeno più libera. E un continente che rinuncia a difendere la propria base produttiva rinuncia, lentamente, anche alla propria sovranità.
Se l’Europa vuole tornare a essere un attore strategico, deve compiere una scelta netta: riconoscere che alcune filiere, dall’energia ai materiali di base, dalla tecnologia alla manifattura avanzata, non sono semplicemente settori economici, ma infrastrutture di sovranità.
Questo significa accettare che l’autonomia ha un costo, che la neutralità industriale è spesso un’illusione e che difendere la capacità produttiva europea non è protezionismo, ma realismo strategico.
Senza una base industriale forte non esiste transizione, non esiste sicurezza, non esiste leadership. Esiste solo dipendenza.
Davos, quest’anno, ha detto una cosa semplice e scomoda: il tempo delle ambiguità è finito. L’Europa deve scegliere se continuare a essere un grande regolatore senza forza o diventare finalmente un attore strategico, disposto a fare scelte difficili. In un mondo che è tornato a parlare il linguaggio del potere, l’Europa delle sole regole rischia di non essere più ascoltata da nessuno.
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