La manovra dello zero virgola

La manovra dello zero virgola

La stabilità dei conti al posto della crescita

Il Governo presenta il DDL Bilancio come una prova di responsabilità nella gestione dei conti pubblici. I saldi risultano coerenti con gli impegni europei, il deficit è sotto controllo e lo spread non rappresenta una criticità immediata. È una narrazione rassicurante, che intercetta un’esigenza reale di stabilità finanziaria. Tuttavia, se si guarda alla funzione economica della manovra, emerge un limite strutturale difficile da ignorare: questa legge di bilancio non costruisce crescita, la rinvia.

Rinviare la crescita, in una fase di rallentamento ormai strutturale dell’economia italiana, equivale a ridurre ulteriormente il potenziale di sviluppo del Paese. La questione non è la tenuta dei conti nel breve periodo, ma l’assenza di una traiettoria espansiva credibile nel medio termine.

Non è un caso che, nel racconto pubblico, la Presidente del Consiglio richiami spesso la “pluriennalità” dei provvedimenti come cifra distintiva dell’azione di governo. Un obiettivo condivisibile in linea di principio, ma che fatica a trovare riscontro nella concreta evoluzione delle politiche industriali, caratterizzate più da discontinuità e riposizionamenti che da una reale stabilità programmatoria.

Il caso di Transizione 5.0 è emblematico. Presentata come una svolta strategica per accompagnare gli investimenti produttivi, è stata introdotta con grande enfasi, ma nel tempo profondamente rimodulata. Più che una programmazione pluriennale, si è prodotta una politica industriale intermittente, con effetti negativi sul ciclo degli investimenti.

Un discorso analogo vale per l’IRES premiale. Annunciata come leva a favore degli investimenti, la misura è rimasta circoscritta e transitoria, senza trasformarsi in uno strumento strutturale di politica industriale.

In parallelo, è rimasto il vuoto lasciato dall’abolizione dell’ACE. Non si trattava di una misura simbolica. La sua eliminazione ha prodotto un recupero di gettito significativo, ma non è stata accompagnata da una scelta politica equivalente sul fronte della patrimonializzazione delle imprese. Si richiama oggi la necessità di rafforzare il capitale produttivo, dopo aver indebolito gli strumenti che lo rendevano possibile.

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Principali misure della legge di bilancio 2026 – Fonte: www.mef.gov.it

In questo quadro, il punto centrale resta l’impatto macroeconomico del DDL Bilancio. Le previsioni di crescita per il 2026 restano attorno allo 0,7 per cento. Non perché la manovra generi sviluppo, ma perché l’economia continua a poggiare sulla spinta straordinaria del PNRR. Senza quella leva temporanea, il quadro macroeconomico risulterebbe sensibilmente più debole. Il bilancio dello Stato, considerato isolatamente, garantisce la tenuta, non lo sviluppo.

La prudenza contabile è una condizione necessaria, ma non può diventare un obiettivo autosufficiente. La stabilità dei saldi non è, di per sé, una politica economica. Senza una strategia industriale coerente, la disciplina di bilancio rischia di tradursi in un esercizio difensivo, più utile a sostenere una narrazione che a preparare il futuro.

Dentro questa manovra emerge un dato politico rilevante: il contributo richiesto al sistema produttivo è superiore al ritorno in termini di strumenti di crescita. Le imprese partecipano all’equilibrio dei conti pubblici, ma non vengono messe nelle condizioni di trainare lo sviluppo.

L’iper-ammortamento viene riproposto con un orizzonte pluriennale, ma senza essere inserito in una strategia industriale organica. I contratti di sviluppo restano sottodimensionati; il Fondo di Garanzia per le PMI rimane ancorato a una logica di gestione, non di espansione.

Il risultato è una manovra che tutela l’equilibrio nel breve periodo, ma non rafforza le basi economiche su cui quell’equilibrio dovrebbe poggiare. Senza crescita diventa più difficile sostenere il debito; senza produttività si indebolisce il welfare; senza investimenti si riduce la qualità dell’occupazione. È una stabilità apparente.

La responsabilità politica che emerge non è quella di aver sbagliato i conti, ma di aver scelto consapevolmente una gestione prudente dell’esistente al posto di una strategia di trasformazione. In un Paese che cresce poco da oltre vent’anni, lo zero virgola non è un risultato: è una rinuncia.

Questa non è una legge di sviluppo. È una legge di difesa dell’equilibrio corrente. E quando la politica si limita a difendere l’esistente, smette di guidare il cambiamento e si riduce a gestirne le conseguenze. In quel momento, il futuro non viene governato: viene semplicemente rinviato.

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