La legge annuale sulle PMI: l’ennesima occasione persa per una vera politica industriale

La legge annuale sulle PMI: l’ennesima occasione persa per una vera politica industriale

Con l’approvazione definitiva del Senato del 4 marzo, il provvedimento annuale sulle piccole e medie imprese entra finalmente nell’agenda economica del Paese.

Si tratta della prima vera attuazione dell’articolo 18 dello Statuto delle imprese del 2011, che prevedeva l’introduzione di una legge annuale dedicata alla tutela e allo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese.

Un passaggio tutt’altro che marginale. Le PMI rappresentano infatti l’ossatura dell’economia italiana: producono valore industriale, generano occupazione e tengono insieme le filiere produttive sui territori.

Il testo approvato dal Parlamento contiene diversi interventi: agevolazioni fiscali per le reti di impresa, misure per favorire le aggregazioni, strumenti per l’accesso al credito, una delega per il riordino dei Confidi, norme sul ricambio generazionale, una delega per la riforma dell’artigianato e un riordino della disciplina delle start-up e delle PMI innovative.

Nel complesso si tratta di misure che intercettano problemi reali. Ma leggendo il provvedimento nel suo insieme emerge una domanda più ampia: questa riforma aiuta davvero le PMI ad affrontare le trasformazioni dell’economia globale?

Strumenti sì, strategia no

Il primo elemento che colpisce è l’impostazione generale.

Il provvedimento appare più come un insieme di interventi su singoli strumenti che come parte di una vera strategia industriale per il sistema delle PMI.

Eppure, il contesto in cui operano oggi le imprese è profondamente cambiato.

La competizione è globale, le filiere produttive sono sempre più integrate e le tecnologie stanno trasformando radicalmente i processi industriali.

In questo scenario le politiche pubbliche dovrebbero accompagnare le PMI lungo alcune direttrici chiare: crescita dimensionale, innovazione tecnologica, rafforzamento delle filiere , accesso a capitali più solidi .

Il testo approvato interviene su alcuni aspetti di questo quadro. Ma non delinea una vera visione di politica industriale per le PMI italiane.

Il nodo irrisolto della patrimonializzazione

Uno dei punti più delicati riguarda la struttura finanziaria delle imprese.

Da tempo economisti e istituzioni segnalano come molte PMI italiane abbiano una buona capacità industriale ma una struttura patrimoniale ancora relativamente debole.

In altre parole: imprese capaci di produrre e competere, ma spesso con capitali limitati rispetto alla dimensione della competizione internazionale.

Il provvedimento continua però a muoversi soprattutto sul terreno del credito.

Si introducono strumenti utili per migliorare la liquidità, come la valorizzazione finanziaria dei beni di magazzino e il loro utilizzo nelle operazioni di cartolarizzazione, ma resta sostanzialmente fuori il tema della capitalizzazione delle imprese.

Senza un rafforzamento patrimoniale diventa più difficile investire, crescere dimensionalmente e affrontare cicli economici più complessi.

Garanzie e accesso al credito: una riforma ancora incompleta

Un altro nodo riguarda il sistema delle garanzie.

Il testo contiene una delega per il riordino dei Confidi, con l’obiettivo di razionalizzarne il ruolo, ampliarne la base sociale e rafforzarne le attività di consulenza e assistenza alle imprese.

Si tratta di un passaggio importante. Ma non rappresenta ancora una revisione organica e immediatamente operativa dell’intero sistema delle garanzie pubbliche, che negli ultimi anni è stato modificato più volte senza una vera stabilizzazione.

In una fase caratterizzata da tassi più elevati e maggiore prudenza bancaria, il tema delle garanzie resta centrale per sostenere gli investimenti delle imprese.

Proprio per questo sorprende che il provvedimento non affronti questo nodo in modo più strutturale.

Innovazione: il grande assente

C’è poi un aspetto che colpisce più di altri: il ruolo marginale attribuito alla trasformazione tecnologica.

Il testo interviene sul riordino della disciplina delle start-up e delle PMI innovative, ma nel complesso non costruisce una vera agenda industriale per accompagnare la trasformazione delle PMI manifatturiere.

Digitalizzazione, automazione avanzata, utilizzo dei dati e intelligenza artificiale stanno ridefinendo il modo in cui le imprese progettano, producono e competono.

Sono queste le tecnologie che determineranno la competitività dell’industria nei prossimi anni.

Il fatto che questo tema resti sullo sfondo di un provvedimento dedicato alle PMI lascia più di un interrogativo.

La centralità dell’artigianato

Un altro elemento rilevante del provvedimento riguarda la delega al Governo per la riforma dell’artigianato, fondata sull’aggiornamento della legge quadro del 1985.

L’obiettivo dichiarato è adeguare la disciplina alle nuove esigenze di mercato e all’evoluzione tecnologica, valorizzando la figura dell’imprenditore artigiano, favorendo la crescita dimensionale delle imprese, la trasmissione intergenerazionale delle competenze e la rimozione di vincoli societari considerati non più adeguati.

La delega promuove inoltre l’aggregazione tra imprese artigiane e rafforza il controllo sull’uso dei richiami all’artigianato nella promozione commerciale.

Si tratta di interventi che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero modernizzare il settore.

Tuttavia, la forte centralità attribuita a questo tema apre una questione più ampia.

Le PMI manifatturiere italiane operano oggi in mercati internazionali, investono in tecnologie avanzate e partecipano a filiere industriali sempre più complesse.

Non possono essere semplicemente ricondotte a una dimensione evoluta dell’artigianato.

Se la riforma dovesse tradursi in un allentamento dei limiti dimensionali e organizzativi dell’impresa artigiana, il rischio sarebbe quello di creare nuove aree di sovrapposizione con una parte delle PMI manifatturiere.

Una sovrapposizione di questo tipo rischierebbe di generare ambiguità normative proprio in un momento in cui le imprese avrebbero bisogno di maggiore chiarezza e strumenti coerenti con la loro evoluzione industriale.

La questione, quindi, non è se sia giusto aggiornare la normativa sull’artigianato.

Il punto è capire se questo intervento debba diventare il baricentro di una legge sulle PMI, lasciando in secondo piano le esigenze specifiche delle imprese manifatturiere.

Un passo avanti, ma non ancora una politica industriale

Il provvedimento approvato dal Senato contiene alcuni strumenti utili e affronta problemi reali.

Ma nei suoi punti più rilevanti rinvia ancora a deleghe legislative e interventi successivi.

Per questo non risponde fino in fondo alla domanda centrale: quale politica industriale intende darsi l’Italia per le sue PMI manifatturiere?

Dal testo emerge invece una forte attenzione al mondo dell’artigianato, quasi che il baricentro dell’intervento fosse soprattutto il riordino di quell’assetto normativo.

Il rischio è che un provvedimento pensato per sostenere le PMI finisca per incidere sugli equilibri del sistema produttivo senza affrontare le vere priorità dell’industria di piccola e media dimensione: patrimonializzazione, innovazione tecnologica, accesso al capitale, rafforzamento delle filiere industriali.

In un momento in cui tutte le principali economie stanno ridefinendo le proprie strategie industriali, era lecito aspettarsi qualcosa di più di un riordino normativo.

Colpisce inoltre la relativa discrezione con cui il provvedimento è stato accolto da una parte delle principali rappresentanze industriali, rimaste su valutazioni tecniche senza aprire un vero dibattito.

Ancora una volta, il Paese sembra aver perso un’occasione per definire una vera politica industriale per le PMI manifatturiere.

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